Intervista a Giorgina Cantalini

direttrice di International Acting School Rome

Come mai hai pensato di fondare l'International Acting School Rome?

Volevo creare un centro di diffusione e pratica di alcuni principi didattici che ad un certo punto erano stati fondamentali per la mia formazione e determinanti per lo sviluppo effettivo delle mie qualità artistiche ed interpretative e al tempo stesso integrarli in un progetto più vasto che non comprendesse solo lezioni di recitazione, ma anche di voce, movimento, drammaturgia, sempre ispirate agli stessi principi. Avevo passato anni ad interrogarmi sul mio talento e alla fine avevo trovato risposte che desideravo fermamente condividere. Ritenevo che una scuola che integrasse le discipline in un discorso coerente e sistematico non esistesse e fosse invece necessaria. Inoltre che non ci fosse una struttura accessibile a chi veramente volesse quella chance che gli veniva rifiutata, perché giudicato non abbastanza interessante, o bello, o idoneo. Una struttura che vincesse sulle apparenze per affermare le qualità e la passione.

Quali sono stati i tuoi studi?

Io ho preso due diplomi dell'Accademia Naz. d'Arte Drammatica Silvio d'Amico: il primo come attrice, nel 1987, il secondo (che grazie alle moderne riforme è stato equiparato ad una laurea di 2° livello) in Pedagogia e Didattica del Teatro, nel 2003. Quest'ultimo è al momento l'unico titolo riconosciuto del settore.
Poi i miei maestri sono stati i seguenti: Susan Batson, in primis, membro dell'Actors' Studio, attualmente considerata una delle "coach" più affermate e prestigiose del panorama mondiale (è la trainer di Nicole Kidman, Juliette Binoche, Denzel Washington e altri), con la quale ho studiato negli anni '90. Da lei ho carpito il senso del valore della professione, del rispetto per i personaggi in quanto esseri umani, la grandezza insita nello sforzo creativo di ognuno e, devo confessarlo, la missione di trasmettere tutto ciò. Ho comunque studiato sempre e ovunque, nelle pause professionali, mai paga di quello che apprendevo, e tra gli altri ho avuto la fortuna di lavorare con: Arthur Penn, che all'epoca del mio incontro con lui era il presidente dell'Actors' Studio (il regista di Piccolo Grande Uomo, Anna dei Miracoli, Gangsters' Story), e Anatolij Vasil'ev, con il quale e un allievo del quale (presso la Silvio D'Amico), registi teatrali di altissimo valore, ho approfondito la versione russa di Stanislavskij. Si compiva così un ciclo, dopo aver seguito per anni la scuola americana, rifacentesi sia Strasberg, sia a Stanislavskij, la lezione russa mi permetteva di avere il quadro completo del Sistema e di diventare uno dei pochi insegnanti di recitazione in Italia che di fatto conosce e pratica sia Metodo che Sistema.

Esiste un criterio con il quale sezionate gli insegnanti?

In realtà è uno staff già selezionato da anni. Di loro conoscevo criteri didattici, scuole di provenienza, percorsi artistici. Devono condividere i principi e le finalità della scuola. La base è Stanislavskij: si lavora sul che cosa invece che sul come (per dirla proprio in breve), sull'azione, sullo sviluppo organico, e attento alla persona, dei suoi mezzi espressivi. Inoltre devono sinceramente condividere con me la responsabilità verso l'apprendimento dell'allievo. Credere veramente che possa farcela e lottare perché ciò avvenga.

Per diventare allievi della scuola cosa bisogna fare?

Stiamo parlando della Scuola Biennale: un'audizione, volta più a selezionare coloro che hanno passione, motivazione, disponibilità a mettersi in gioco, generosità, piuttosto che a vedere quanto già sappiano fare. Fattori comunque difficili per noi da individuare durante le selezioni: tutti si dichiarano sempre intenzionatissimi a studiare seriamente, ma hanno più un'idea di serietà, che l'esperienza concreta di cosa voglia dire studiare seriamente, e cioè sviluppare costanza, disciplina, concentrazione, fiducia.  Perciò ogni anno nelle audizioni cerchiamo di inserire un "ingrediente speciale" che ci aiuti a capire chi abbiamo davanti. Il punto è che esiste una certa confusione, se non addirittura una serie di pregiudizi su che cosa sia il talento.

Il mito delle doti innate ed elargite da madre natura, così come il sogno di cogliere di sorpresa il mondo con un colpo di fortuna rende i giovani allievi più arroganti, ma anche più sfiduciati. Comunque estremamente passivi. Invece Strasberg diceva (cito con approssimazione): "tutti hanno talento, è in come lo utilizzi che sta la differenza tra un grande attore ed un attore mediocre". Per me suona come un "dipende da te". Giustificarsi con un "tanto forse non ho talento", così come pretendere il riconoscimento perché "le qualità ce le ho, è solo che nessuno se ne accorge, oppure dipendono dal contesto, da un'altra parte sarei bravissimo" è l'anticamera del fallimento.

Il talento per me ha a che fare con l'atteggiamento di non mollare, finché non si è fatto emergere da se stessi quello che si cerca e che una esile vocina interiore ci dice esistere dentro di noi: il dono. E di farlo emergere in una maniera così stabile, evidente e "speciale" da permettere e favorire una carriera soddisfacente. Quindi il talento non è esattamente ciò che si sa fare o si è portati a fare, ma l'atteggiamento di andare avanti e insistere finché non si è capaci a "saper fare". Chiamerei il "dono", certe doti speciali che ognuno ha, più o meno evidenti o nascoste. Il "talento", la capacità di farle emergere o la caparbietà di tirarsele fuori. A volte ci sono persone più fortunate perché hanno il talento di capire che tipo di artisti sono molto presto, l'intelligenza di fare le cose giuste, l'intuito di scegliere i maestri validi; persone invece che pur apparentemente molto dotate si vogliono diverse, si accaniscono sulle cose meno importanti...si perdono.

Quando Strasberg dice che ognuno ha talento, vuol dire che ognuno ha qualcosa, ma che non è detto che saprà come riconoscerlo, quel dono, e svilupparlo, e utilizzarlo, e farlo emergere. Dipende dall'allenamento che uno farà per acquisire gli strumenti adatti. Sono strumenti invisibili: concentrazione, immaginazione, logica, il corpo che pensa e reagisce; ma sono strumenti allenabili. Come con i muscoli per un atleta, o con il fiato. Nessuno si sognerebbe di correre una maratona senza un allenamento adeguato. Un artista si forma con il tempo e il duro lavoro. Per un attore è uguale, è solo più difficile da credere perché si coincide con lo strumento del quale si vuole diventare esperti strumentisti. Ho visto così tanti e promettenti attori smettere, perché non "gli veniva" alla prima prova e si arrabbiavano con se stessi giudicandosi incapaci. O che si credevano pronti dopo un anno di lezioni, magari una volta a settimana e sparivano. Vivevano come fallimento il fatto di dover apprendere. Mentre un maratoneta non si giudicherebbe un fallimento se perché fuori allenamento si fermasse dopo pochi chilometri. Né nessuno ci chiederebbe mai di salire su di un palco e suonare un violino preso in mano per la prima volta. Questo è un problema culturale, che ha profonde ripercussioni negative sulle aspirazioni dei giovani.

Ecco, diffondere la cultura che essere attori è un mestiere, per il quale sono richieste competenze specifiche, che queste competenze si possono acquisire con l'addestramento adeguato, ma che ciò richiede tempo e dedizione, come per uno sportivo arrivare all'agonismo o per un musicista prendere il diploma, di contro alla cultura del miracolo e del guadagno facile, è uno dei propositi della nostra scuola, che fa di essa un luogo assolutamente "fuori moda". E che "dipende da noi" ne fa un luogo scomodo, perché tira in ballo il senso di responsabilità sia da parte degli allievi e che degli insegnanti.
La scuola ha veramente qualcosa da insegnare e cerca allievi che approfittino dell'opportunità di imparare.


(maggio 2005)